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Vinicio Coletti presenta

Né di Eva né di Adamo

Ni d'Eve ni d'Adam

Romanzo - Amélie Nothomb - Belgio - 2008


Come si sa, Amélie Nothomb pubblica un nuovo romanzo ad ogni autunno e così ho trovato in libreria, prontamente tradotto in italiano, questa sua opera di fine 2007. Così il caso ha stabilito che quest'opera la leggessi in italiano invece che in francese.
Visto che ogni libro, o quasi, di Amélie è autobiografico, in maniera diretta o indiretta, possiamo tentare di posizionarlo nella cronologia della sua vita, cosa che in questo caso è di una facilità sconcertante, visto che è lei stessa a parlarcene.
Si raccontano infatti qui le sue avventure in Giappone, quando, dopo aver terminato gli studi in Belgio, decise nel 1989 di far ritorno nel suo paese natale, con l'intenzione di stabilirvisi definitivamente. Per la precisione, si parla del suo arrivo a Tokyo e delle sue amicizie che precedono l'inizio della sua attività lavorativa, che avrà un esito problematico e che è già stata raccontata in un altro suo romanzo, "Stupori e tremori".
Il romanzo ha dunque una collocazione ben precisa, sia nell'ambito temporale (da fine 1989 all'inizio del 1991) che in quello geografico (Tokyo e il Giappone).
La storia procede in modo semplice e lineare. Amélie, appena arrivata a Tokyo, si iscrive ad un corso di giapponese, visto che i ricordi infantili non sono sufficienti per una lingua così complessa, e nel frattempo per mantenersi dà lezioni private di francese. E' così che conosce Rinri, giovane rampollo di una famiglia benestante, che ben presto e con naturalezza passa dal ruolo di allievo a quello di amante ed amico.
Ed è proprio in compagnia di Rinri che Amélie scopre, o meglio riscopre, le abitudini dei giapponesi, il loro animo limpido, la loro bramosia di conoscenza, oltre all'incanto dei luoghi, delle città claustrofobiche e degli sconfinati panorami di montagna, fino ad approdare su spiagge coperte di neve ed a foreste di alberi di cachi.
Da un certo punto di vista, il romanzo può forse persino essere utilizzato come una guida turistica per il Giappone, ma solo se si è pronti ad usarla come una guida sentimentale.
La relazione con Rinri diviene sempre più importante ed il ragazzo rasenta la perfezione: rispetta sempre Amélie, cerca di prevenirne i desideri, la scarrozza per ogni dove, è gentile, colto, educato e curioso. Ed un giorno le chiede se vuole sposarlo.
Amélie rimanda la risposta e opta per il fidanzamento, anche se in realtà ha già deciso cosa farà. Ma non vuole ferire Rinri. La sua ansia di libertà l'aveva già portata a sfidare da sola la montagna, dove si salverà per miracolo in un rifugio, dopo essere stata sorpresa da una tormenta di neve. Oppressa e sottoposta a mobbing nella grande azienda giapponese in cui lavora (quindi c'è in effetti una sovrapposizione con "Stupori e tremori"), vedrà alla fine la libertà prendere la forma di un biglietto aereo sola andata.
Rispetto ad altri racconti della Nothomb, si osserva qui uno stile meno complicato del solito, una scrittura chiara che brama la limpidezza, uno sguardo ironico ed autoironico, notazioni leggere, dove basta poco a rendere la leggerezza struggente. Ed è la levità, in effetti, la chiave di questo romanzo. Amélie scrive ora in un modo sereno.


Alcuni brani:
 
L'appartamento di Hara era tanto piccolo che non poteva sfuggirmi nessun dettaglio. Rinri aprì il cartone di salsa di Hiroshima seguendo il tratteggio e lo poggiò al centro del tavolo basso. "What's that?" gemette Amy. Afferrai la confezione e respirai con nostalgia quel profumo di prugne amare, aceto, sakè e soia. Sembrava che mi stessi drogando col tetrapak.
Quando ricevetti il mio piatto con la crêpe farcita, persi del tutto la mia patina di civiltà, la innaffiai di salsa senza aspettare nessuno e la attaccai.
Nessun ristorante al mondo serve questa cucina popolare così atrocemente commovente, semplicissima e assolutamente fine al tempo stesso, così alla buona e così sofisticata. Avevo cinque anni, non avevo mai lasciato le gonne di Nishio-san e urlavo, con il cuore lacerato e le papille in estasi. Spazzolai il mio okonomiyaki con lo sguardo nel vuoto, emettendo rantoli di voluttà.
Fu solo quando ebbi mangiato tutto che vidi gli altri guardarmi con garbato disagio.
- Ogni paese ha le sue abitudini a tavola - balbettai. - Avete appena scoperto quelle belghe.
- Oh my God! - esclamò Amy.
Ma senti chi parla. Qualunque cosa stesse masticando, sembrava che ruminasse chewing-gum.
 
Sentivo che Rinri si aspettava un invito a casa mia. Era il minimo dell'educazione: io ero andata da lui tante volte.
Eppure mi opponevo strenuamente all'idea. Portare chicchessia a casa mia è sempre stata una prova terribile. Per definizione, per motivi che non so spiegarmi, casa mia non è un luogo presentabile.
Da che ho ottenuto la mia indipendenza, un alloggio abitato da me assume subito l'aria di un ripostiglio occupato da rifugiati politici, pronti a sloggiare alla minima incursione della polizia.
 
L'indomani mattina mi svegliai con la sensazione di avere le mani dolorosamente secche. Cospargendole di crema, mi ricordai della sera e della notte precedente. Dunque c'era un ragazzo nel mio letto. Che strategia adottare?
Andai a scuoterlo dal sonno e gli dissi con molta dolcezza che, nel mio paese, la tradizione esigeva che l'uomo se ne andasse all'alba. E stavamo già infrangendo la regola, perché il sole ormai era alto. Avremmo attribuito la trasgressione alla distanza geografica. Però non bisognava abusarne. Rinri chiese se la consuetudine belga prevedeva che ci rivedessimo.
- Sì - risposi.
- Passerò a prenderti alle tre.
 
- Ho letto quel libro scritto da una francese, quello di cui mi avevi parlato...
- Hiroshima mon amour.
- Sì. Non ci ho capito niente.
Scoppiai a ridere.
- Non ti preoccupare. A molti francofoni è successa la stessa cosa. Ragione di più per andare a Hiroshima - inventai.
 
Passeggiando per le strade di quella città di provincia, pensai che la dignità nipponica trovava qui la sua rappresentazione più sconvolgente. Nulla, assolutamente nulla, suggeriva l'idea di una città martire.
 
- Il monte Fuji!
Era il mio sogno. La tradizione afferma che ogni giapponese deve aver scalato il monte Fuji almeno una volta nella vita, altrimenti non merita una nazionalità così prestigiosa. Io, che desideravo ardentemente diventare giapponese, vedevo in questa ascesa un trucco geniale per acquistare quell'identità. Tanto più che la montagna era il mio territorio, il mio terreno.
 
Quando ero piccola, la mia amatissima governante giapponese mi raccontava le storie di Yamamba, la più malvagia delle onibaba (streghe), quella che imperversava tra le montagne dove catturava chi camminava da solo per farci la zuppa - la zuppa di passeggiatori solitari, minestra rousseauiana quant'altre mai, ha così ossessionato la mia immaginazione che sono convinta di conoscerne il sapore.
 
Al settimo cielo, degustai i cachi uno dopo l'altro, con gli occhi velati di piacere. Non smisi finché non rimasi a secco di munizioni. Il foulard era vuoto.
Rinri mi guardava, fremente. Gli chiesi se lo spettacolo gli fosse piaciuto. Sollevò il furoshiki macchiato e mi porse il piccolo astuccio di garza che vi era nascosto sotto. Lo aprii con un timore subito giustificato: un anello di platino con un'ametista incastonata.
- Tuo padre ha superato sé stesso - balbettai.
- Mi vuoi sposare?
- Credi forse che mi resti un dito libero? - risposi mostrando le mani cariche di opere paterne.
Si lanciò nell'aritmetica, spiegandomi che se spostavo l'onice al mignolo, lo zircone al medio, l'oro bianco al pollice e l'opale all'indice, potevo liberare un anulare.
- Ingegnoso - commentai.
 


15 maggio 2008