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Vinicio Coletti presenta

Sabotaggio d'amore

Le sabotage amoureux

Romanzo - Amélie Nothomb - Belgio - 1993


La lettura di Metafisica dei tubi mi ha così appassionato da portarmi a cercare informazioni sulla sua autrice e le sue altre opere, cosa che è oggi enormemente facilitata dalla disponibilità di Internet.
Con il vago intento di leggere i suoi libri in ordine cronologico, non secondo l'ordine di scrittura o quello di pubblicazione, ma secondo l'età della protagonista - perché ho intuito che Amélie Nothomb in realtà non fa altro che parlare di sé stessa in ogni romanzo, ho allora acquistato Sabotaggio d'amore, dopo aver cercato invano l'edizione originale in francese.
Se nel primo libro seguiamo Amélie dalla nascita ai tre anni e poco oltre, in Giappone, la ritroviamo qui dai sei agli otto anni, a Pechino, dove ha seguito con la famiglia suo padre, diplomatico belga trasferito in Cina.
Se per Amélie e la sua famiglia il Giappone era il paradiso, la Cina è l'inferno. I diplomatici e le loro famiglie vivono infatti segregati in un ghetto circondato da mura di cemento armato e sotto continua sorveglianza. Contattare la popolazione è per loro assolutamente impossibile (ci si ricordi che siamo nel 1974) ed è un mistero persino la composizione effettiva del governo cinese.
Gli unici ad avere paradossalmente molta libertà, sono i bambini. Lasciati liberi dagli adulti, visto lo spazio limitato in cui sono costretti, passano il tempo facendosi la guerra tra fazioni rivali, riproducendo in scala ridotta la seconda guerra mondiale, con da una parte gli Alleati e dall'altra i Tedeschi, che per l'occasione sono in realtà identificati nei bambini della sola Germania Est (come piccola concessione alla guerra fredda, quelli dell'Ovest sono considerati neutrali).
Ma le tranquille attività belliche della piccola Amélie sono stravolte dall'arrivo di una bambina italiana, tanto meravigliosamente bella quanto altera e indifferente.
Soggiogata dalla bellezza, essa cercherà in tutti i modi di fare breccia nell'animo della sua coetanea, arrivando quasi a sabotare sé stessa con il ridicolo e la mancanza di dignità. Ma ciò le insegnerà, allora e per sempre, cos'è davvero l'amore.


Alcuni brani:
 
Alcuni brani: "Il mondo è tutto ciò che ha luogo," scrive Wittgenstein nella sua prosa mirabile.
Nel 1974 Pechino non aveva luogo: non vedo come potrei meglio esprimere la situazione.
 
Certi paesi fanno l'effetto di una droga. E' il caso della Cina, che ha lo straordinario potere di rendere pretenziosi tutti quelli che ci sono stati, e addirittura tutti quelli che ne parlano.
 
Prendete una banda di ragazzini di tutte le nazionalità: rinchiudeteli insieme in uno spazio ristretto e cementificato. Lasciateli liberi e senza sorveglianza.
Chi suppone che i ragazzi si daranno la mano con amicizia è davvero un ingenuo.
Il nostro arrivo coincise con una conferenza al vertice in cui fu deciso che la Seconda Guerra mondiale era stata conclusa in modo affrettato.
Bisognava rifare tutto da capo, visto che niente era cambiato: i cattivi non avevano mai smesso di essere i Tedeschi.
 
Il centro del mondo abitava a quaranta metri da casa mia.
Il centro del mondo era di nazionalità italiana e si chiamava Elena.
Elena divenne il centro del mondo appena i suoi piedi toccarono il suolo di cemento di San Li Tun.
Suo padre era un italiano piccolo e agitato. Sua madre era un'alta India del Suriname, con lo sguardo inquietante come Sendero Luminoso.
Elena aveva sei anni. Era bella come un angelo in posa per una foto artistica.
Aveva gli occhi scuri, immensi e tristi, la pelle del colore della sabbia bagnata.
I suoi capelli nero bachelite brillavano come se li avessero lucidati uno per uno e non la finivano mai di scenderle giù per la schiena e il sedere.
Il suo naso incantevole avrebbe fatto venire un'amnesia a Pascal.
Le sue guance disegnavano un ovale celestiale, ma bastava vedere la perfezione della sua bocca per capire quanto era cattiva.
 
I miei genitori avevano degli amici. Erano gente che loro vedevano per bere insieme degli alcolici di tutti i colori. Come se non avessero potuti berli senza di loro!
A parte questo, gli amici servivano a parlare e ad ascoltare. Uno gli raccontava delle storie prive di significato e loro ridevano forte e ne raccontavano altre. E poi mangiavano.
A volte gli amici ballavano. Era uno spettacolo che lasciava costernati.
In poche parole, gli amici erano una categoria di persone che si incontravano per abbandonarsi in loro compagnia a comportamenti assurdi, se non addirittura grotteschi, oppure per dedicarsi ad attività normali ma alle quali loro non erano necessari.
Avere degli amici era un segno di degenerazione.
 
Ogni volta che c'è liberazione per mezzo del vento e della velocità, c'è un cavallo. Definisco cavallo non ciò che ha quattro zampe e produce sterco, ma ciò che maledice il suolo e me ne allontana, ciò che mi solleva e mi costringe a non cadere, ciò che mi calpesterebbe a morte se cedessi alla tentazione del fango, ciò che mi fa danzare il cuore e nitrire il ventre, ciò che mi spinge ad un'andatura così forsennata che devo stringere le palpebre, poiché anche la luce più pura non abbaglierà mai quanto la sferza dell'aria.
Definisco cavallo quel luogo unico dove è possibile perdere ogni ormeggio, ogni pensiero, ogni coscienza, ogni nozione di futuro, per essere solo uno slancio, una vela spiegata.
Definisco cavallo quell'accesso all'infinito, e cavalcata quel momento in cui incontro le schiere innumerevoli dei Mongoli, dei Tartari, dei Saraceni, dei Pellerossa o di altri fratelli di galoppo che hanno vissuto solo per essere cavalieri, cioè per essere.
 
L'élite dell'umanità erano le bambine. L'umanità esisteva affinché loro esistessero.
Le donne e i ridicoli erano menomati: il loro corpo presentava errori il cui aspetto non poteva ispirare che il riso.
Solo le bambine erano perfette. Nel loro corpo non sporgeva niente, né un'appendice grottesca né ridicole protuberanze. Erano concepite alla perfezione, profilate per non offrire alcuna resistenza alla vita.
Non avevano un'utilità materiale, ma erano più necessarie di chiunque altro, perché erano la bellezza dell'umanità - la vera bellezza, quella che è pura gioia di esistere, dove non c'è nessun intralcio, dove il corpo è felicità dalla testa ai piedi. Bisogna essere stati una bambina per sapere che sensazione deliziosa può essere avere un corpo.
 
Perché Elena era veramente meravigliosa. La sua grazia italiana, piena di civiltà squisita, d'eleganza e di spirito, si mescolava al sangue amerindio di sua madre, con tutto il selvaggio lirismo dei sacrifici umani e di altre mirabili barbarie che il mio gusto ingenuo per il pittoresco gli associa tuttora. Dallo sguardo della bella stillavano al tempo stesso il curaro e Raffaello: c'era di che cadere morti stecchiti in un secondo.
E la ragazzina lo sapeva bene.
Quel giorno nel cortile della scuola non potei impedirmi di dirle quel grande classico che, sulle mie labbra, era un inedito di una sincerità sconfinata:
- Sei così bella che per te farei qualsiasi cosa.
- Me l'hanno già detto - osservò lei con tono indifferente.
 


9 giugno 2004